lunedì, settembre 20, 2004
“Lo strazio più grande, in questi cinquant'anni e stato quello di dover subire l'indifferenza e la vigliaccheria di coloro che, ancora adesso, negano l'evidenza dello sterminio. Come tanti altri sopravvissuti mi ero imposta di non parlare, di soffocare le mie lacrime nello spazio più profondo e nascosto della mia anima, per essere io sola, testimone del mio silenzio; così e stato fino a oggi! ...Ho taciuto e soffocato il mio vero "io", le mie paure, per il timore di non essere capita o, peggio ancora, creduta. Ho soffocato i miei ricordi, vivendo nel silenzio una vita che non era la mia; non è giusto che io muoia, portando con me il mio silenzio.
...Ho provato anch'io a dimenticare, ma qualcosa si è mosso dentro me. Ho finalmente capito che dovevo parlare, prima che fosse troppo tardi. Dare voce al mio silenzio è un dovere: troppe storie esistono nel silenzio e sono rimaste in silenzio, nell'attesa che qualcuno le raccogliesse. La nostra voce, e quella dei nostri figli, devono servire a non dimenticare e a non accettare con indifferenza e rassegnazione, le rinnovate stragi di innocenti. Bisogna sollevare quel manto di indifferenza che copre il dolore dei martiri! Il mio impegno in questo senso è un dovere verso i miei genitori, mio nonno, e tutti i miei zii. E' un dovere verso i milioni di ebrei 'passati per il camino ', gli zingari, figli di mille patrie e di nessuna, i testimoni di Geova, gli omosessuali e verso i mille e mille fiori violentati, calpestati e immolati al vento dell'assurdo; è un dovere verso tutte quelle stelle dell'universo che il male del mondo ha voluto spegnere . . . I giovani liberi devono sapere, dobbiamo aiutarli a capire che tutto ciò che è stato storia, è la storia oggi, si sta paurosamente ripetendo." (Elisa Springer, Il silenzio dei vivi, Marsilio editore, 1997, pag. 13-14-15).
Si è spenta ieri sera in ospedale, a Matera, la scrittrice ebrea Elisa Springer, una delle ultime protagoniste della Shoah, sopravvissuta ad Auschwitz e altri lager nazisti come Berger Belsen e Therezin. Aveva 86 anni e viveva a Manduria dove aveva trascorso buona parte della sua vita: dopo la liberazione, nel maggio '45, dal campo di concentramento di Terezin, nella Repubblica Ceca, aveva infatti sposato un uomo di Manduria dal quale aveva avuto un figlio. La sua storia di ebrea perseguitata rimane nell'autobiografia che scrisse con l'aiuto del figlio Silvio, medico, dal titolo 'Il silenzio dei vivi', pubblicato dall'editore Marsilio nel '97. Io posso dire di avere avuto l'onore di conoscerla: una donna riservata, intelligente e tenace. La sua grandezza traspariva anche dai suoi silenzi: era muta testimonianza di un passato distruttivo e doloroso che non ha soffocato la sua voce, la sua voglia di libertà e di amare la vita...Una grande donna, un esempio...che ha radicato in me la volontà di non arrendermi nelle piccole difficoltà di ogni giorno...
mercoledì, settembre 08, 2004
Mille battiti al suono di un tamburo,
voce suadente al volto della luna,
respiri frementi su corpi sinuosi,
bocche rosso fuoco infiammano cuori.
La mente annebbiata viaggia
lo sguardo è assente
le mani sentono gli animi che li accolgono.
