giovedì, gennaio 27, 2005
27/01/2005: GIORNATA DELLA MEMORIA

Roma, Fosse Ardeatine, lapide commemorativa
martedì, gennaio 25, 2005
GRANELLI DI SABBIA
(Il tacito, indefinito andar del tempo)

Rivisitazione da “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di G. Leopardi
E' difficile raccontare il tempo! Un concetto inafferrabile che sfugge a qualsiasi rappresentazione e concettualizzazione. Il valore enigmatico e sconcertante del lento fluire delle ore assomiglia a un viaggio dove il fine è una meta raggiungibile, solo dopo estenuanti tappe lungo rotte diverse, senza alcun apparente valore di continuità...
Qual'è la valenza che l'individuo dà a tutto questo? Quale la sua capacità di oggettivare questa inafferrabile entità che sfugge a ogni rappresentazione scientifica? Nessuna, se non la muta accettazione di un destino comune e la sensazione di vivere in un sogno dove l'individuo fluttua come morto o in quiescenza, sconvolgendo i sensi e la ragione.
Sono forse illusioni, le memorie che affiorano nel muto scorrere temporale da ari scoperti, volte affrescate e figure imprigionate nella materia? E' sogno o realtà trovarsi soli in mezzo alla gente, sommersi dal caos temporale: frenetico e assordante? Sono ologrammi le visioni di un mondo assassino e spoglio dove la legge del più forte è quella che domina?
Il tempo...viaggio assurdo ai limiti della concezione umana, che vaga nell'oblio più completo...senza meta...senza unità...
Siamo esseri vulnerabili e strani, costantemente in bilico tra l'essere e il non essere, circondati da contesti che ci plasmano e ci trasformano costantemente.
Quale, quindi, il valore da dare al lento fluire del tempo se non quella banale convenzione che l'uomo gli attribuisce, attraverso una mera sequela di numeri chiamati ore, a cui corrispondono giorni, mesi ed infine anni, che si sciolgono fluenti come nella “Persistenza della memoria” di Dalì.
L'appigliarsi a certezze così banali e forse illogiche, ci conforta perché in fondo, la spaventosa visione di non afferrare il tempo, diventa per noi un peso enorme da portare; ecco, quindi, che la convenzione giunge in nostro soccorso come una fede in cui credere e un dogma da condividere.
E' come quando, in una notte d'estate, stellata e afosa, sognai di trovarmi in un deserto inondato di luce, avvolta da un torbido vento che soffiava tra le tende strappate di carovanieri antichi, come se fossi dentro una vecchia pellicola cinematografica e danzassi come un'odalisca abbandonata al proprio destino, dinanzi al proprio sceicco piena di spasmi e paure. Un tempo lontano, quasi un revival in bianco e nero, dove l'unico colore era il giallo ocra della sabbia, l'accecante riflesso di un sole inclemente e la silenziosa presenza di un cammello dormiente...
Una sorta di alone magico immerso in spire d'incenso che avvolgendomi, mi diedero la sensazione di trovarmi alla mercé di qualcosa più grande di me: il tempo...trasparente...evanescente...lento...
A un tratto cominciai a recitare come se fossi l'attrice principale che possiede la scena, dopo lo schiocco di un ciak, detto tra il tartagliare di un graffiante megafono, che mi catapultò in una dolce finzione...
Ma ad un tratto, mi fermai pensando di non essere solo una semplice comparsa nello scorrere lento della mia vita ma la protagonista!
Incominciai ad aver paura e i miei occhi si gonfiarono di lacrime anche se la strana sicurezza che aleggiava sotto la paura, le impedirono di sgorgare: era la volontà di esserci, di vivere con intensità ma a volte anche con paura, nonostante mi trovassi catapultata in un mondo di cartapesta senza regole, senza schemi.
Potevo piangere ma mai nessuno avrebbe asciugato le mie lacrime, potevo ridere ma mai nessuno mi avrebbe sentito, potevo cantare e sarei stata una dei tanti protagonisti di un mondo di cartapesta: non importava cosa avrei fatto, sarebbe stato solo vivere il tempo, trasportata dalla corrente dei pensieri e dei sentimenti!
Ero io grande e incontrastata star della macchina da presa calata in un ambiente enigmatico che mi mozzava il fiato. Allora afferrai il coraggio a quattro mani, cominciai a dire frasi mai dette, rivelare pensieri occulti, danzai sotto una pioggia scrosciante come Salomè e le mie lacrime divennero pioggia...Com'ero felice e leggera: ma chi ero? da dove venivo? un ologramma, una visione, un sogno, chi?
Il peso dei ricordi e l'inconsapevolezza del mio destino presero il sopravvento e mi accasciai sulle dune calanti di quel mondo lontano e la sabbia pian piano m'inghiottì, mentre io annaspavo faticosamente, tentando di dibattermi a forze occulte che mi trascinavano giù, sempre più in fondo, fino a giungere all'apice, all'origine della visione. I miei occhi lentamente si aprirono, mi accorsi di aver sognato con l'unica consapevolezza che tra le mie mani, granelli di sabbia scivolarono piano...
Katya
venerdì, gennaio 21, 2005

In questi giorni ho vagabondato tra diversi Blog è ho notato quanta voglia di comunicare esista nel nostro "piccolo" mondo! Il Blog è diventato un fenomeno interattivo di larghissima portata dove la forza delle parole permette di sentirci vivi, comunicando le nostre esperienze, condividendo informazioni, gusti, problemi, giudizi, consigli, critiche e quant'altro, contribuendo alla creazione di un sistema dinamico e attento ai contenuti dell'informazione. Posso definirla una comunicazione a ritmo di "tam tam", quella ricercata da U. Eco, realizzata attraverso messaggi "fatti in casa", lungo canali associati non manovrabili dai centri nazionali di comunicazione. I blog sono questo e molto altro: pensate alla guerra in Iraq e a come i Web Log hanno raccontato l'avvenimento. E' stato possibile trovare immagini, opinioni di migliaia di persone raccontando l'altra faccia della tragedia ossia quella della condivisione. Si parla di tutto, si riflette su ogni cosa: dalla musica ad Internet, dalla tecnologia all'arte fino ad arrivare ad argomenti intimistici come il mio, dove ci si invita a mostrare se stessi e a parlare con gli altri comunicando qualcosa del proprio mondo, in attesa che si realizzi un contatto empatico con persone che non si conoscono. Tutto questo manifesta la forte volontà di comunicare, di esserci, uscendo dall'anonimato e dagli standard che oggi ci impongono, della parola e del racconto; un posto privo dell'impersonalità e del mordi e fuggi delle chat. Herman Hesse diceva che non poteva amare le parole perchè esse non sono nè dure, nè molli, non hanno calore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, "non hanno null'altro che parole" ebbene io non sono daccordo amo le parole perchè mi fanno sentire viva, perchè attraverso verbi ed aggettivi buttati lì di botto, posso dire ciò che penso e sento. Continuate dunque, sempre a parlare e manifestare quanto grande sia l'essere umano e come la sua intelligenza, che oggi molti sembrano manovrare attraverso programmi televisivi e radiofonici standardizzati, continua ad esistere palpitante, in persone anonime quali potremmo essere, ma ricche dentro. Vi dico arrivederci per un pò, ci ritroveremo presto...e mi raccomando dite sempre ciò che pensate! 
Vi lascio con un mio veccio post...Baci
"Il valore delle parole...
Oggi pensavo a quale valore dare alle parole..se ne dicono tante e sono tante, e non sempre esprimono ciò che vorremo! A volte credo che sia inutile anche utilizzarle in questo povero blog: che senso potrebbero avere se non quello di muti segni impressi su un fondo scuro? Se è pur vero che servono per comunicare perchè non si rendono ricettacolo di discussione e contaminazione? Perchè tutto rimane così...immobile e piatto??? Ho avuto più volte, quindi, la tentazione di cancellare tutto e mandare al diavolo tutto e tutti; ma poi penso a quello che la scrittura è: un insieme di segni che mi appartiene e che so o almeno credo di saper utilizzare legato alla volontà insopprimibile di comunicare, una volontà che oramai si scontra con l'immobilità odierna. In fondo ognuno fa del proprio meglio per dire ci sono, eccomi qui... esisto! Per me l'unico modo è scrivere... "
(6 giugno 2004)
mercoledì, gennaio 19, 2005
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Questo volto mi ha sempre rapito e affascinato fin dalla prima volta che lo vidi in quella chiesa quasi irragiungibile di San Pietro in Vincoli a Roma ubicata tra stretti vialetti e scale ripide. Una chiesa dalle dimensioni così ridotte ma che contiene all'interno un'opera dalla potenza straordinaria. E' il Mosè di Michelangelo quell'opera che Giorgio Vasari definì: "più opera di pennello che di scalpello". Guardalo, il suo volto ti cattura: è magnetico, è terribile proprio come era il carattere irascibile, orgoglioso e severo del suo autore. Sono stata ore a guardarlo, ad adorare non il monumento ma il suo "carisma", e ogni volta che mi capita di visitarlo è sempre un'emozione grande. E' una di quella immagini indimenticabili che racchiude nella statuaria corporatura, il mistero del divino, l'irremovibilità della grandezza. Ne uscissero di opere così dalla mano dell'uomo oggi, immagini sante, necessarie, non profanate dalla volontà, dalla vanità e dal piacere di mostrare le proprie abilità. Pultroppo non è così, oggi si possono creare altre figure, cose graziose e squisite, farle con grande maestria e gioia dei critici d'arte, ornamento fors'anche delle chiese e delle grandi città: belle cose certo, ma non sacre, non vere immagini dell'anima. Ho vagato molto e ho conosciuto opere ed esecutori che con tutta la loro grazia d'invenzione e malgrado tutta la cura dell'esecuzione non sono in fondo che giochi, pure esecuzioni tecniche. Michelangelo è un grande, un grande di tutti i tempi, si supera in ogni sua opera e con il suo temperamento indomito, ma fors'anche triste, ha permesso a noi tutti di godere di sì grandi capolavori. Oggi le opere di Michelangelo ardono come il sole e hanno la potenza delle tempeste; provocano piacere agli occhi, godimento...estasi. E' come venire fagocitati da un vortice d'emozioni dove le passioni si alimentano e la dimensione spazio-temporale si annulla. Amore e voluttuà: questo dà a me quest'opera, in cui mi abbandono ogni volta, come l'estasi amorosa nel momento della sua massima tensione e felicità sicura di dover scomparire l'istante successivo. Con intima solitudine e abbandono alla tristezza capisci quale dovrebbe essere la vera natura del'artista: profondo amore per l'arte e forse, a volte, del suo odio violento contro essa, unione di spirito e materia. L'arte può cominciare nella sfera più sensuale e condurrre in quella più astratta o anche prendere il via in un puro mondo di sensazioni e finire in masse scultoree così sapintemente definite. Considero l'arte il luogo - non luogo, l'essenza - esistenza dove hanno sede i contrasti più netti, dove spiritualità e istinto risiedono dove è possibile sentirsi vivo nella pura immobilità della visione.
lunedì, gennaio 17, 2005
E' bello sentirsi così, come questa donna: abbandonata al suono di una così straziante melodia che sembra suonata apposta per lei...lontana dal clamore e dalla confusione che aleggia intorno mentre tutti si divertono e un fastidioso vocìo riempie i silenzi, quel vocìo che lei neanche ascolta. Sono così, mentre vibro insieme a Charlie Parker e al suo Lovermann, il mio brano preferito, quello che mi tiene compagnia insieme ai miei silenzi e le mie malinconie. Il sax di Parker vibra così alto che sembra quasi volare con la mia anima in ascolto....Questa musica ha colori così accesi e le mie percezioni diventano così imprevedibilmente assurde che mi sembra quasi di sentire il profumo, così penetrante, delle spirali di fumo di quell'anonimo locale dove Parker suona per me...Adoro questa musica è l'unica che riesce a resuscitare emozioni a lungo sopite ed è l'unica nella quale io riesca a trovare riposo nei miei affanni e nelle mie ricerche...E' quella che accompagna il mio Io alla ricerca di se stesso, è quella che lo conforta, stordendolo facendogli raggiungere l'essenziale, la strada che non riesce a trovare, l'essenza delle cose, come un sasso che cadendo nell'acqua discende, tendendo verso il basso, cercando sempre il profondo...

martedì, gennaio 11, 2005
“Prego il lettore di non andare in
cerca di messaggi. E’ un termine
che detesto perché mi mette in
crisi, perché mi pone addosso
panni che non sono i miei,
che anzi appartengono a un
tipo umano di cui diffido,
il profeta, il vate, il veggente. Tale non sono”.
(Primo Levi, ottobre 1986)
Il tuo messaggio, Primo, che decine di lettori hanno ricevuto non gli deriva né dal tono profetico, dal quale rifuggi con disgusto, né dalla novità del contenuto e nessuno come te ha denunciato quanto sottile sia poi la linea di demarcazione che divide il bene dal male e “con quanta facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso”.
E’ giustificato, meditando su quanto tu scrivi, tessere l’elogio dell’imperfezione, una nota dominante per gli uomini che pur impegnandosi con tutte le loro forze per migliorare, realizzano una umanissima, per carità, aspirazione all’imperfezione della vita e del lavoro. Questa si è rivelata nei tempi critici, della sua storia quando, come tu hai scritto, la vita di centinaia di migliaia di esseri umani era alla mercè di crudeli despoti, ma anche quando, come oggi, la vita sembra scorrere a un ritmo normale e tuttavia, per verità, bramosia di potere o soltando per ossequienza ai potenti, si rivelano gli aspetti più deteriori della natura umana. E’ facile corrompere, spezzare la sottile linea di demarcazione della quale parlavamo prima, che divide il bene dal male, il giusto da ciò che non lo è; convinti, erroneamente, di battersi in virtù del giusto, sfoderando una spada lucente, all’insegna di valori in cui tu credi fermamente, seguendo “falsi maestri” e “cattivi profeti”. E’ successo anche a me di trovarmi ad un incrocio e di imboccare più volte, una strada non giusta, convinta che chi la precedeva fosse un’abile guida….ho seguito Dario Fo, nel suo folle proclama in nome di un teatro estinto per poi ritrovarmi delusamene a guardare un programma da prime donne;
…ho seguito i nuovi fenomeni del panorama artistico italiano, per poi scoprire che di artisti e critici ricercano fama e ricchezza…
…ho seguito i nuovi fenomeni musicali credendo in un’epurazione che solo la musica dà ma non ho trovato altro che sciocchi giri di note realizzati sempre in virtù del successo personale e di ciò che la fama può dare…
Ovunque e in qualunque settore abbia guardato la salsa è sempre la stessa!
Non sono un profeta e non voglio esserlo, come non voleva Levi, ma sono convinta più che mai che alcune cose debbano essere denunciate e criticate per poter sentire due campane e alla fine scegliere dove stare e che parte occupare nell’attesa che un giorno qualcosa possa cambiare e qualcuno possa uscire fuori dal mucchio poiché credo fermamente che accanto a milioni di individui che portano segni indelebili di questa disarmonia che Levi definisce “la zona grigia”, ve ne sono migliaia, lo so, che non si arrendono, mantenendo accesa la fiaccola della speranza che fa luce ai loro compagni di sventura.
Qual'è, quindi: the our place?
