giovedì, febbraio 17, 2005
La fede che intendo io non si può facilmente tradurre in parole ma è fortemente legata allo spirito e alla sua dinamicità nel conoscere evoluzioni, trasformazioni e contraddizioni, cercando se stesso e trovando la sua gioia in questa silenziosa ricerca.
"Credo che nonostante la palese assurdità, la vita abbia non di meno un senso, io mi rassegno a non poter comprendere questo senso supremo con l'intelletto, ma sono pronto a servirlo, dovessi anche per questo sacrificare me stesso, percepisco dentro di me la voce di questo senso nei momenti in cui sono realmente vivo e profondamente sveglio. Ciò che la vita da me richiede in quei momenti voglio cercare di realizzarla, anche se è cosa che vada contro le mode e le leggi consuete.
Questa fede non si può impartire per comando, nè alcuno vi può costringere se stesso: è dato solo viverla".
(H. Hesse)
sabato, febbraio 12, 2005

Ti adoro dolce notte
perchè quando tutto diventa silenzio
tu entri dentro me...
Sei fatta per pensare e per sognare,
sei fatta per riflettere ed immaginare...
Mi piaci,
dolce notte,
anche quando la luce della luna
filtra tra palpebre nuvolose e stanche
e allunga le ombre
di una presenza - assenza,
anche quando il ticchettio della pioggia
diventa musica nella mia testa,
perchè nel tuo rumore sordo
le mie mute malinconie risplendono...
Amo la tua poesia, inconsistente, leggera
e i tuoi colori nascosti nell'ombra dei vicoli tortuosi,
amo i tuoi gemiti e i tuoi sospiri rubati,
amo il tuo tempo che incede piano,
amo le spirali di fumo che rifulgono leggere,
amo la tua ispirazione che si traduce in poesia,
amo la vita che palpita dentro te,
amo il fermarsi
frenetico e convulso dei passi
che diventano ovattati e sommessi.
Ti amo dolce notte
perchè vivo nell'attesa di te
aspettandoti fremente
come la sposa aspetta lo sposo...
giovedì, febbraio 10, 2005

Forse a volte è meglio far rumore
mescolandosi al tempo
che va via,
portando via
quello che è in un momento.
(Mango)
lunedì, febbraio 07, 2005
"La sua immaginazione si tuffò alacremente nel mare magno delle possibilità. Il ninnolo proveniva dall'assassino? Il suo ambiguo simbolismo conteneva un messaggio? Era costui un fanatico religioso che nella fretta aveva leccato la busta, lasciando il DNA indiscreto, che l'avrebbe smascherato? Aveva la salda certezza che l'assassino fosse maschio e ora tenendo fra le dita il freddo metallo, lo immaginava fare lo stesso; cercava di indovinare il suo volto. Doveva essere un volto normale, un volto qualsiasi, una faccia che ispirava fiducia: ne era convinta per la sua naturale positività. Ma l'immagine che evocò non fu migliore degli inutili identikit che abbondavano nei suoi incartamenti. Inconsciamente sapeva, che non stava in quello la sua forza di investigare: sapeva padroneggiare i suoi freddi dati, rapida nell'organizzare, pesarli, connetterli, comporli e sintetizzare il loro relativo valore in precise categorie. L'imprecisione avrebbe solo stimolato critiche sensiste, che era debole, malneabile, non all'altezza della sua controparte maschile. Anche ora, mentre sistemava dietro l'orecchio una ciocca ribelle di capeli rosso tiziano, si chiedeva se il suo partner non avrebbe istintivamente compreso quello che lei solo individuava: essere considerata semplicemente una bella donna, la irritava: ma era bella, di una bellezza fatale, conturbante! Il deferente rispetto che ispirava non faceva che acuire lo struggimento del suo cuore che chiedeva di aprirsi, di accogliere qualcuno. [...]Gli insospettabili complimenti di quelll'estraneo avevano toccato le corde allentate del suo strumento fino a che il Do Diesis della coscienza risuonò chiaro e squillante. Era lusingata; quella parole avevano presentato un quadro attraente di sè stessa, ben diversa dalla consueta maschera di rettitudine che vedeva riflessa negli sguardi di colleghi e medici legali e di tutti i poliziotti che certo non azzardavano complimenti. Senti un'involontaria vampata al viso e si rimproverò per quel fanciullesco compiacimento. Ma le immagini si presentarono con forza ed ella le lasciò giocare, le accolse come un gustoso dolcetto della sua adolescenza, quando i sensi erano freschi e non sottomessi alla paura e alla rinuncia: brama...pena d'amore... struggimento...ambascia... Ironicamente il vocabolario vittoriano della patologia comportamentale descriveva alla perfezione le palpitazioni del suo desiderio. L'estraneo l'aveva guardata negli occhi e conosciuta più completamente di quando non si conoscesse lei stessa. Si sentiva sfrenata, selvaggia, colpevole come una criminale! Uno sconosciuto aveva liberato qualcosa che era già in lei? O l'aveva aiutata a scoprire un paesaggio che per necessità si era imposta di non vedere? La spinta compulsiva era opprimente...Il dolore comprimeva il suo cuore fragile come un guscio d'uovo, pronto ad andare in mille pezzi, spargendo il suo contenuto come promesse infrante nei luoghi desolati che l'amore di lui aveva riempito. Come poteva sapere che quella pena sarebbe finita, che l'amore a differenza della materia e dell'energia è inesauribile nell'universo e un germe cresce dal nulla, che non può essere sdradicato neppure dal più oscuro dei cuori? Se lo avesse saputo e chissà se avesse potuto credermi non si sarebbe arrischiata a restare sulla sua tomba dolente fino a quella tarda ora e così non avrebbe dovuto apprendere per prima la seconda verità: "che avere amore è portare un calice che può essere perso o rubato o peggio può versare al suolo sangue purpureo e che l'amore non è immutabile: può diventare odio come il giorno diventa notte e la vita diventa morte". L'uomo immagina che anche lui può spalancare il cuore ed esporlo al fuoco della passione, alle fiamme, alla carità, come il creatore in persona, ma ciò non è in suo potere. Tu hai l'amore nel tuo cuore come un ladro ha la ricchezza, l'usuraio ha il denaro tu hai l'amore, ma l'uomo ha un unico potere, il suo unico potere è di distruggerlo.

Mi sono ritrovata a rispolverare questo pezzo tratto dal film Fame della saga X-File che mi ha sempre emozionato perchè mi fa riflettere su come ogni storia, alla fine, può avere un solo finale che a volte si scrive sapendo che non dovrà mai essere letto e che scrutare nella nostra anima è come scrutare nella vacuità nel nostro cuore trovando l'occasione per dare ciò che spesso non possiamo ricevere.
giovedì, febbraio 03, 2005
Sollevo lo sguardo e ammiro il cielo incantata accorgendomi di quanto sia bello oggi con i suoi mille batuffoli banchi, trasportati dal vento... Si muovono lentamente, oltre il limite umano dell'orizzonte: attraverseranno sconfinati oceani e terre abitate, l'arsura dei deserti e le verdeggianti colline, sospese tra cielo e terra, nel silenzio più profondo. inconsapevoli che ora, il mio pensiero è rivolto alla loro bellezza devastante...
Nuvole... di Fernando Pessoa
Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall'imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all'avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l'ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l'intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare,alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell'aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né faro niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l'ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l'universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto,crolli dell'altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l'oscurità, finzioni dell'intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo. Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.
